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Boston, USA

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linea di fuga verso il mare

sabato 3 maggio 2008

La crisi d’identità della scuola italiana risultato di una logica materialista e clientelare

di Antonia Colamonico

“Il 2007 ha segnato il momento della crisi d’identità dell’Istituzione Scuola, le cronache sono state le spettatrici di una serie di azioni di vero e proprio vandalismo che hanno mostrato il clima di intolleranza che si respira nelle scuole di mezza Italia. Episodi di bullismo hanno visto come vittime ragazzi diversamente abili, docenti un po’ sprovveduti, non ultimo lo stesso crocifisso. Quali carnefici ragazzetti ignorantelli e presuntuosi che hanno voluto immortalare la propria stupidità in un video da mandare in rete.

I padri e le madri si sono scandalizzati nello scoprire il volto perverso dei loro bravi bambini, senza fare un’azione di autocritica sul perché di tale perdita di significato della scuola. In un momento storico in cui la Conoscenza, quale patrimonio di saperi, di tecnologie e di ideazioni, necessari per la produzione di nuove conoscenze, si pone come il centro nevralgico del bene economico-sociale, a livello mondiale, in Italia, si sta creando un ritorno all’ignoranza. Non quella dotta del filosofo che dice di non sapere data la mole del sapere, ma l’ignoranza pura, barbara, di chi rinuncia a sapere, poiché la sua mente e il suo cuore hanno perso il significato storico del ruolo etico e sociale della conoscenza.

L’Italia divenuta grande per i suoi poeti, pittori, scienziati, ora vive un momento di stallo culturale e di qui economico, poiché parte degli adulti ritiene la conoscenza un bene minore. Nella mia funzione di docente ho assistito ad un’inversione di tendenza tra la mia adolescenza e quella dei miei alunni: adesso è più facile comprare al proprio figlio un telefonino super accessoriato che mandarlo ad un doposcuola di matematica o di italiano, come se la matematica, la storia, le lingue fossero frutti spontanei su di un albero. Oggi la classe dirigente e quella dei genitore che esprime tale classe politica, hanno insieme, tacitamente, deciso di investire solo gli avanzi, pressoché nulla, nella formazione culturale delle nuove generazioni. Tutto è dato per scontato, ma poi è scandaloso scoprire che questi giovani, esperti di telefonino, di navigazione in rete, siano degli sprovveduti di fronte ad un obiettivo da raggiungere, ad una meta importante da ideare o, peggio ancora, ad una difficoltà da affrontare.

La scuola con i suoi gradi di impegno, con la costanza richiesta nello studio, con il saper assumere la responsabilità di fronte al compito, è da sempre stata la migliore maestra di vita, venendo meno la funzione della scuola, automaticamente, viene meno la stessa vita, di qui: la corsa sfrenata di notte sotto i fumi dell’alcool; la ricerca di droghe sempre più stupefacenti; il culto dell’atto violento che riempie di significato una giornata vuota. Tutti questi episodi sono la semplice conseguenza di una società che ha smesso di credere nel futuro, smettendo di scommettere sui giovani. Ma proprio in tale crisi d’identità prende corpo il ribelle del XXI secolo, colui che non accettando le mode, si pone come l’uomo nuovo, che attua il salto generazionale, aprendo la nuova linea di futuro. In una società di perdigiorno, di sciroccati, il giovane ribelle si presenta come il ragazzo che scopre il valore della scuola e accetta con gioia la fatica dello studio. Il ragazzo che inizia a progettare il suo domani e sa assumere il ruolo/funzione di studente: colui che studia. Per fortuna esistono ragazzi così positivi …” (da A. Colamonico. I due volti dell’Italia, in la Piazza, anno X, n° 5, 2007. pag. 28.)

Ho voluto riprendere parte di questo articolo per condividere in rete la lettura della crisi del mondo della scuola che non può essere ricondotta ad una semplice inefficienza del corpo docenti come solitamente viene presentata nei dibattiti televisivi.

In chiave biostorica, i giovani sono un semplice riflesso, quale immagine proiettata nello specchio, della società adulta. È troppo semplice liquidare la crisi giovanile in atto come la conseguenza di una scuola che non è all’altezza del compito. Il fenomeno di disgregazione che si sta manifestando con gli atti di bullismo è la cresta storica di quelle scelte esistenziali che si sono attuate a partire dagli anni ’70, quando in nome di una falsa democrazia si ritenne da parte di taluni intellettuali, necessario procedere allo smantellamento della logica borghese, basata sulla libertà individuale.

Ricordo i miei anni di università, quando la “crema dell’intelligenza” dell’epoca, in nome del materialismo storico proponeva un modello di società in cui l’individuo finiva con l’essere assorbito dalla massa. Si badi, non fu fenomeno solamente marxista, ma di tutte le correnti ideologiche dell’epoca che imponevano l’allineamento alle direttive partitico-sindacali, creando le conflittualità ideologiche.

Proprio intorno ai concetti di individuo/massa si sono giocate le politiche collettive, economiche e culturali che hanno partorito la crisi italiana odierna. Osservando bene, infatti, il bullismo è la mancanza di assunzione del proprio ruolo storico, è una depersonalizzazione che facendo identificare l’individuo col il gruppo-massa, gli fa perdere l’autonomia del pensiero.

  • Il bullismo è l’automatizzazione della coscienza, quale corrispondenza dell’automatizzazione del lavoro.

Siamo dunque in linea con le logiche lineari e clientelari, seguite alla rivoluzione industriale, con una differenza che al segretario politico-sindacale si è sostituito il capo clan. Ricordo ancora come all’indomani della contestazione del ’68, si ritenesse una forma di qualunquismo esprimere un’autonomia di giudizio nei confronti delle scelte partitiche. Rivedo le controversie con i miei coetanei che prendevano posizioni nette contro ogni forma di libertà di giudizio, perché ritenuta borghese, premesso che loro stessi erano espressione borghese. In quegli anni l’offesa più comune era dare all’interlocutore l’appellativo di borghese, tanto che il grande Alberto Sordi ebbe serie difficoltà a girare “Il borghese piccolo, piccolo”.

Abbiamo assistito nel corso dei decenni successivi ad un’epurazione sistematica delle intelligenze più vive e creative, perché non disposte all’essere cliente e il risultato è che oggi si è privi di un ricambio immaginativo, oltre che generazionale.

In tale stallo cognitivo, i giovani se vorranno appropriarsi di un ruolo storico, dovranno prendere le distanze dalle logiche clientelari, imparare ad esprimere in forma piena la personale autonomia di giudizio e assumere il proprio compito esistenziale, poiché biostoricamente parlando nella dialogica della vita, tra l’individuo e il campo-nicchia si pone l’autoreferenzialità che fa dell’individuo e del campo due realtà distinte e interagenti. L’autoreferenzialità, come capacità decisionale, rende l’individuo responsabile della linea di futuro che egli avrà impresso, con la sua scelta, alla sua nicchia storica e la nicchia una casa benefica o malefica.

Ogni evento è il risultato di una tendenza di passato che ha imposto una particolare curvatura alla linea di realtà, per questo è troppo comodo scaricare sul presente la responsabilità delle inadeguatezze: il presente è la presa di realtà di una scelta immaginativa che proviene da un passato, se il passato è stato saggio, il futuro sarà roseo, ma se il passato è fazioso, il futuro sarà la sua logica conseguenza. In tale legge storica si comprende l'insegnamento evangelico: non siate guide cieche!



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